I ruoli delle persone coinvolte

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Le persone che sono coinvolte nell’atto del bullismo, come suggerito da Dan Olweus fin dal 1996[1], sono diverse. In base ai comportamenti che assumono, possiamo distinguere tre differenti gruppi sociali: il bullo (colui che commette le prepotenze), la vittima (la persona a cui sono destinate le prepotenze) e gli spettatori.

Il bullo, come indicato da Ersilia Menesini[2], può essere aggressivo, ansioso o passivo:

  1. il bullo aggressivo (o dominante) tende ad avere dei comportamenti irruenti. Se il bullo è maschio, tali comportamenti sono associati a delle violenze fisiche. Questo tipo di bullo, quindi, usa spesso la violenza per commettere le prepotenze;
  2. il bullo ansioso (o bullo vittima) è caratterizzato da molta insicurezza, da una scarsa autostima nonché da una grande ansia. È spesso una persona non molto amichevole e poco accettata nel gruppo dei pari. Poiché non si sente totalmente realizzato, non avendo le attenzioni del gruppo, cerca di fare il bullo per ribaltare la situazione. Nei confronti di questa categoria di bulli basta un semplice richiamo da parte della persona adulta per scatenare in loro sensi di colpa e far capire che il loro comportamento è sbagliato;
  3. il bullo passivo è un forte sostenitore del bullo dominante e, generalmente, tende ad essere un soggetto insicuro con una bassa autostima che agisce nel piccolo gruppo. Il bullo passivo ha quindi atteggiamenti aggressivi solo per essere accettato dai suoi amici.

Alcuni studi più recenti, portati avanti da Fedeli nel 2007, hanno fatto emergere altre due categorie di bulli:

  1. il bullo reattivo, che ha difficoltà a gestire le sue emozioni e, per questo, agisce spesso in maniera impulsiva alle provocazioni;
  2. il bullo proattivo, ossia una persona fredda e calcolatrice che sceglie con cura sia la vittima sia il luogo sia il momento dell’azione, in modo da avere meno ripercussioni possibili[3].

Il bullo è quindi una persona che, spesso, prova piacere a umiliare gli altri utilizzando la violenza, perché pensa che questo sia il modo migliore per risolvere i problemi. Il soggetto che si comporta da bullo coltiva la propria autostima cercando di dominare gli altri, in modo da potersi mettere in mostra. È quindi una persona aggressiva e ostile, che presenta grandi difficoltà nel rispettare le regole imposte dal gruppo[4]. Inoltre, il bullo tende a prendersela con i più deboli per svariati motivi: per semplice sfogo personale (bullo aggressivo), per mettersi in evidenza nel gruppo dei pari (bullo vittima), per essere accettato dal bullo aggressivo (bullo passivo).

L’altro gruppo sociale coinvolto nell’atto del bullismo comprende le vittime, cioè le persone che vengono prese di mira dal bullo. In base ai loro comportamenti possiamo distinguere tra

  1. la vittima passiva (o vittima sottomessa), ossia generalmente un individuo fragile, timido e poco propenso a richiedere l’aiuto degli altri. Questa vittima è spesso caratterizzata da una scarsa autostima e da un’immagine negativa di sé e delle proprie competenze. La sua estrema vulnerabilità è il segnale, per il bullo, che quel soggetto possa essere vittimizzato; 
  2. la vittima “provocatrice”, ossia un soggetto che, con i propri comportamenti, sollecita e orienta verso di sé le condotte dei bulli. Si tratta di persone irrequiete e iperattive che nutrono grandi difficoltà nel regolare le proprie emozioni[5].

La vittima è, quindi, una persona spesso molto ansiosa e insicura, che assume comportamenti differenti a seconda che sia una vittima passiva, ovvero una persona fragile che, nel caso in cui venisse attaccata, reagirebbe piangendo o chiudendosi in se stessa, oppure che sia una vittima “provocatrice”, nel caso in cui provochi i bulli con i suoi comportamenti spesso irrequieti.

Ada Fonzi, partendo dagli studi di Dan Olweus del 1993[6], si rende conto che i bulli e le vittime hanno delle caratteristiche che li accomunano, anche se apparentemente appartengono a due categorie ben distinte: in entrambi i casi, infatti, sono presenti notevoli difficoltà di espressione delle proprie emozioni. Sia i bulli che le vittime hanno dunque alcuni deficit simili: da un lato si nota nei bulli la totale assenza di consapevolezza nei confronti dei sentimenti della vittima e la mancata comprensione delle conseguenze delle loro azioni; dall’altro emerge nelle vittime un’insicurezza così evidente da comunicare, ai cosiddetti bulli, di non essere in grado di difendersi[7].

L’ultimo gruppo sociale coinvolto nell’atto del bullismo è quello degli spettatori, ossia coloro che assistono all’episodio[8]. In base ai comportamenti che decidono di assumere si distinguono in:

  1. sostenitori del bullo, ovvero tutte quelle persone che, con il loro comportamento, aiutano il bullo mentre compie atti di violenza, incitandolo e facendolo sentire accettato;
  2. difensori della vittima, ossia coloro che difendono la vittima prestandole soccorso e offrendole consolazione e aiuto. Questi soggetti sono gli unici in grado di opporsi in maniera concreta alle prevaricazioni e, dunque, sono gli unici capaci di mettere in atto azioni di tutela;
  3. maggioranza silenziosa che racchiude i classici spettatori, ovvero coloro che ignorano o si astengono dal prendere parte alla situazione aggressiva, sia come difensori che come sostenitori.

 [1] Cfr. D. Olweus, cit., pp. 27-28.

 [2] Cfr. E. Menesini, A. Nocentini, B.E. Palladino, Prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo: Approcci universali, selettivi e indicati, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 233-235.

[3] Cfr. D. Fedeli, Il bullismo: Oltre, cit., pp. 21-23.

[4] Cfr. D. Olweus, op. cit., pp. 34-35.

 [5] Cfr. D. Olweus, op. cit., pp. 23-24.

[6] Cfr. ivi, pp. 10-14.

[7] Cfr. A. Fonzi, Bullismo. La storia continua. Psicologia Contemporanea, Giunti, Firenze 2006, pp. 65-66.

[8] Cfr. ivi, p. 67.

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