Il bullismo

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È importante stabilire, prima di analizzarlo in maniera dettagliata, in che cosa consista realmente il fenomeno del bullismo. Il termine “bullismo” deriva dall’inglese bullying e viene utilizzato in letteratura per indicare quel fenomeno in cui, in un dato contesto di gruppo, il bullo si configura come «una persona che usa la propria forza e/o il proprio potere per intimorire e/o danneggiare una persona più debole»[1]. In altri termini, il bullo cerca con la sua forza di incutere paura a un soggetto che ritiene più debole. Poiché il fenomeno è stato ampiamente studiato, è utile ripercorrere le ricerche che hanno portato a elaborare l’odierna definizione di bullismo. 

Diversi studiosi hanno provato nel corso degli anni a darne una definizione: il primo a occuparsene negli anni ’70 è Dan Olweus, che, in seguito a ricerche approfondite, comprende che il bullismo è molto diffuso all’interno delle mura scolastiche. Nel 1973 egli indica che «uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni»[2]. Tramite questa definizione Olweus spiega le principali caratteristiche del bullismo all’interno dell’istituzione scolastica, indicando come lo studente, nel caso in cui subisca per molto tempo azioni offensive da parte dei compagni, si possa definire una vittima di bullismo.

Successivamente, Whitney e Smith si rendono conto che la definizione di Dan Olweus non è sufficiente per capire con esattezza in cosa consista il bullismo, per questo approfondiscono ulteriormente i suoi studi e, nel 1993, indicano che «un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo, o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose cattive e spiacevoli. È sempre prepotenza quando un ragazzo riceve colpi, pugni, calci e minacce, quando viene rinchiuso in una stanza, riceve bigliettini con offese e parolacce, quando nessuno gli rivolge la parola e altre cose di questo genere. Questi fatti capitano spesso e chi li subisce non riesce a difendersi. Si tratta sempre di prepotenze anche quando un ragazzo viene preso in giro ripetutamente e con cattiveria. Non si tratta invece di prepotenze quando due ragazzi, all’incirca della stessa forza, litigano tra loro e fanno la lotta»[3].
Con questo modello è già possibile chiarire i primi aspetti che contraddistinguono il fenomeno. Il bullismo è infatti caratterizzato da prepotenze che possono essere di vario tipo: dire cose spiacevoli, ricevere attacchi fisici e psicologici e prendere per molto tempo in giro una persona sono tutti esempi di prepotenze. Molto spesso, come vediamo indicato nello stesso modello di Whitney e Smith e come viene evidenziato anche da Dan Olweus, le prepotenze sono indirizzate a persone che non sono in grado di difendersi da sole. 

Nel 2007 Daniele Fedeli, che approfondisce gli studi sul bullismo prendendo sempre avvio dalle ricerche di Dan Olweus, arriva alla conclusione che «il bullismo è un comportamento aggressivo, intenzionale e volontario dato che il bullo attua dei comportamenti fisici, verbali o psicologici verso un’altra persona con lo scopo di arrecarle danno o disagio. Nel fenomeno è presente la persistenza e la ripetitività delle prepotenze nel corso del tempo e, infatti, quest’ultime, sono spesso il risultato di una pianificazione cognitiva complessa da parte del bullo e dei suoi aiutanti. Il bullo si può avvalere di complici e, l’atto compiuto, molto spesso non viene riferito perché sia la vittima che gli spettatori hanno paura a riferire»[4]. Fedeli delinea quindi il bullismo come un comportamento aggressivo costituito da azioni violente che possono essere di qualsiasi natura: fisica, verbale o psicologica. Una delle caratteristiche del fenomeno, secondo Fedeli, è la totale comprensione da parte del bullo dell’atto che compie: nonostante questo, tende a ripeterlo nel tempo pianificando in anticipo le prepotenze. 


 [1] Lemma “Bullismo”, Oxford University Press, Oxford Dictionary, Elliot, Kent 1997. Traduzione dell’autore.

 [2] Cfr. D. Olweus, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze 1996, pp. 11-12.

 [3] I. Whitney, P.K. Smith, “A Survey of Nature and Extent of Bullying in Junior, Middle and Secondary School”, in Educational Research, n. 35, 1993, pp. 2-25. 

 [4] Cfr. D. Fedeli, Il bullismo: Oltre, vol.2, Vannini Editoria Scientifica, Brescia 2007, pp. 34-37.

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