
Oltre al bullismo tradizionale, negli ultimi anni, con la diffusione della comunicazione online si sono sviluppati anche fenomeni di cyberbullismo. Come hanno indicato Juvonen e Gross nel 2008, «al giorno d’oggi, quindi, con il rapido aumento dell’uso del computer, dei telefoni cellulari e della comunicazione online da parte dei giovani, il bullismo non è più limitato al cortile della scuola»[1].
Da questi primi studi possiamo notare che, con lo sviluppo della tecnologia, il bullismo non è più solo un fenomeno connesso all’ambiente scolastico. Esso si lega alla mediazione tecnologica: secondo le ricerche di Smith e dei suoi collaboratori, infatti, il cyberbullismo «è definito come aggressivo, intenzionale, fatto da un individuo o da un gruppo di individui con strumenti di contatto elettronici»[2]. Il cyberbullismo è quindi un atto aggressivo, proprio come il bullismo tradizionale, ma con la differenza che, in questo caso, lo squilibrio di potere tra gli attori si crea tramite l’uso di dispositivi elettronici. Sulla base degli studi citati, Iannaccone indica che con il termine cyberbullismo vengono intesi tutti gli atti aggressivi, di vessazione, di umiliazione, di molestia e di diffamazione che sono condotti in maniera intenzionale e ripetuta nel tempo da un individuo o da un gruppo di individui con lo scopo di recare danni alla vittima tramite le forme elettroniche di comunicazione[3]: il cyberbullismo comprende la pubblicazione di notizie, immagini o foto tramite le quali la vittima viene aggredita o insultata dal bullo, oppure foto in cui la vittima appare in pose imbarazzanti o riservate.
Nel 2011 Daniele Fedeli definisce il cyberbullismo[4] come un atto che consiste nell’utilizzo intenzionale e sistematico delle dimensioni sociali della rete con lo scopo di procurare un danno a uno o più soggetti. Lo stesso Fedeli evidenzia dieci elementi caratterizzanti il bullismo e il cyberbullismo: la ripetitività dell’atto (il numero di volte in cui si verificano le prepotenze e/o violenze), la differenza di potere tra gli attori (il prestigio sociale delle persone coinvolte), il fenomeno di gruppo (elemento utile per descrivere se il fenomeno si verifichi uno contro uno oppure più persone contro un singolo), la mancata autodifesa (la vittima che cerca di difendersi da sola), la presenza di osservatori (altre persone, oltre ai soggetti coinvolti direttamente, che partecipano all’atto), la possibilità di fuga dalle violenze (la possibilità di ripararsi in un ambiente differente da quello in cui non ci si sente al sicuro), la consapevolezza da parte del bullo dell’atto commesso (il bullo che si rende o meno conto, tramite il feedback della vittima, della gravità dell’atto commesso), la permanenza dell’atto nel tempo (quanto tempo e quante volte si verificano le violenze), la facilità di compiere l’atto (la premeditazione delle violenze) e l’interconnessione tra gli ambienti in cui si verificano le violenze (la possibilità di contenere o meno i fenomeni di bullismo e di cyberbullismo).
In base a quanto indica Fedeli, il bullismo e il cyberbullismo differiscono riguardo alla questione della ripetitività dell’atto. Il bullo, infatti, è costretto a ripetere le aggressioni, dato che gli unici modi a sua disposizione per compiere le violenze si traducono in atti transitori (aggressioni, prese in giro, ecc.). Egli tende a ripetere le violenze per umiliare la vittima, ma quest’ultima può rifugiarsi nell’ambiente domestico. Il cyberbullo può invece umiliare di continuo la vittima anche con un singolo post pubblicato, essendo esso sempre disponibile in rete; inoltre, il cyberbullo può compiere le violenze in qualsiasi momento, grazie ai dispositivi elettronici. In una situazione del genere la vittima non ha nemmeno la possibilità di rifugiarsi negli ambienti domestici.
Bullismo e cyberbullismo sono sostanzialmente dei fenomeni di gruppo, anche se presentano importanti differenze. Nel caso del bullismo il gruppo è ben strutturato: si tratta spesso di amici che si conoscono e che, nel momento in cui compiono le violenze, si assicurano che non ci sia nessuno che li possa fermare. La presenza di osservatori è dunque limitata mentre, nel caso del cyberbullismo, il gruppo si crea spesso nella rete virtuale, tra persone che nemmeno si conoscono: la presenza di osservatori è dunque illimitata perché tutti, con un qualunque dispositivo elettronico, possono vedere il post pubblicato. Una differenza sostanziale riguarda la consapevolezza dell’atto commesso: nel bullismo l’aggressore può osservare immediatamente i feedback negativi legati al suo comportamento (per esempio, la vittima può lamentarsi e difendersi mentre subisce gli atti di violenza), mentre, per quanto riguarda il cyberbullismo, non essendoci contatto diretto tra cyberbullo e cybervittima, manca il feedback negativo da parte della vittima stessa e, di conseguenza, il cyberbullo non si rende sempre conto di come possa stare la vittima subendo le prepotenze. L’ultima differenza riguarda l’aspetto dell’interconnessione tra le violenze e gli ambienti in cui esse si verificano. Nel caso del bullismo, l’interconnessione tra le violenze e luoghi come la scuola fa sì che, nel momento in cui la vittima torna a casa, esse, ovviamente, si interrompano. Nei casi di cyberbullismo, invece, c’è una forte interconnessione tra gli ambienti virtuali, la rapidità di diffusione e la capillarità del fenomeno.
Dagli studi di Fedeli emergono anche degli elementi simili tra i due fenomeni: il primo riguarda la differenza di potere tra gli attori, ossia tra il bullo e la vittima; in secondo luogo, sia nel bullismo che nel cyberbullismo le vittime evitano di difendersi per paura di ulteriori ripercussioni sulla propria immagine.
Oltre all’analisi delle principali caratteristiche del cyberbullismo, gli studi di Fedeli mettono in evidenza le diverse modalità in cui si possono verificare le prepotenze online:
- flaming (irritare): messaggi online violenti e volgari mirati a suscitare scontri verbali nelle chat o nei forum;
- harassment (molestia): invio ripetuto di messaggi insultanti con l’unico fine di ferire il destinatario;
- impersonation (impersonare): assumere l’identità di un’altra persona, magari violando la sua password, per compiere atti illeciti o violenti sotto falso nome;
- denigrazione: diffondere pettegolezzi sulla persona in modo da rovinarne la reputazione;
- exposure (rivelazione): diffondere notizie private o riservate di qualcuno;
- trickery (inganno): acquisire, tramite l’inganno, informazioni riservate su qualcuno con lo scopo di pubblicarle o utilizzarle per trarne vantaggio;
- esclusione: escludere, con lo scopo di ferirla, una persona da un gruppo online.
Nel 2012, in seguito agli studi sul cyberbullismo portati avanti da Mitchell[5], sono emerse due ulteriori tipologie di cyberbullismo: il sexting e il sextortion. Il primo si riferisce all’invio di proprie immagini a sfondo sessuale per via elettronica, mentre il secondo si verifica quando un malintenzionato viene in possesso di foto compromettenti e ricatta la vittima chiedendole altre foto o, addirittura, prestazioni sessuali.
[1] J. Juvonen, F.E. Gross, “Extending the School Grounds? Bullying Experiences in Cyberspace” (2008), in K.A. Fanti, A.G. Demetriou, V.V. Hawa (a cura di), A Longitudinal Study of Cyberbulling: Examining Risk and Protective Factors, European Jornal of Developmental Psycology, vol. 9, n. 2, 2012, pp. 168-181.
[2] Ibidem.
[3] N. Iannaccone, Stop al cyberbullismo: Per un uso corretto e responsabile dei nuovi strumenti di comunicazione, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2009 in C. Serino, A. Antonacci, op. cit., p. 132.
[4] D. Fedeli, Cyber-bullismo e cyber-vittimizzazione in Italia: aspetti epidemiologici ed evolutivi, Pensa MultiMedia Editore S.r.l., Lecce 2011, p. 52.
[5] K.J. Mitchell, D. Finkelhor, L.M. Jones, J. Wolak, Prevalence and Characteristics of Youth Sexting: A National Study (2012), in C. Serino, A. Antonacci, op. cit., p. 133.
